Perché non può esistere The Big Bang Theory in Italia

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La sitcom che più mi appassiona è The Big Bang Theory che narra le avventure di un gruppo di giovani scienziati. Al di là dell’intento deliberatamente comico, rafforzato dalla stralunata presenza di Sheldon Cooper, bambino prodigio divenuto un fisico teorico, afflitto da un numero impressionante di ossessioni, The Big Bang Theory presenta il mondo della scienza e delle idee come un mondo un po’ a parte, è vero, ma incredibilmente ricco di stimoli e interesse. Per certi aspetti, prosegue un atteggiamento televisivo che valorizza la scienza che già si è visto nella serie Numbers, imperniata sul talento investigativo di un matematico di base.

Serie e sitcom rivelano un atteggiamento verso la scienza, la creatività, il pensiero e il sapere come ambiti avventurosi e necessari per rispondere ai problemi della società che è radicato nel mondo anglosassone. Tanto radicato che chiunque abbia visitato l’Abbazia di Westminster non può non rimanere impressionato dalla sfilata di scienziati che vi sono ospitati, da Newton a Darwin, da Lord Kelvin a Maxwell e così via. I simboli sono importanti per segnalare che cosa anima il cuore di una società e ovviamente della sua economia. Non è un caso, quindi, che le spoglie che si trovano nelle nostre chiese e basiliche, accanto a Santi e Beati, siano di nobili e notabili, uomini di Chiesa, potenti e in generale grandi conservatori della società per quello che è, in quanto arrivati a posizioni di potere e comando. Certo c’è la Basilica di Santa Croce a Firenze, dove riposa Galileo Galilei, ma non è nulla a paragone.

Nelle organizzazioni italiane accade un po’ lo stesso. Gli edifici e gli spazi, le politiche e le strategie, i simboli e i rituali sono edificati per celebrare il management al quale viene attribuito un potere di decidere, quasi sempre astratto e generico. In realtà, accanto a pochi, selezionati individui che prendono delle vere decisioni in condizioni di incertezza, molti altri, pur ricoprendo posizioni manageriali, si limitano ad una più o meno adeguata gestione della routine. Il loro tempo viene assorbito da interminabili riunioni, precedute e seguite da estenuanti sessioni di corridoio che hanno l’obiettivo di costruire la propria immagine, rafforzarla e usarla per arrivare dove si vuole. È sintomatica la difficoltà con la quale si può tracciare un qualsiasi processo decisionale in queste organizzazioni, testimoniata in modo indiretto dalle difficoltà di chi indaga quando le decisioni hanno conseguenze rilevanti (pensiamo alla complessità della ricostruzione di quanto accaduto in Parmalat o MPS, giusto per fare degli esempi!). Anche quando mi capita di aiutare qualche imprenditore o manager a dare un senso a come la sua organizzazione (non) funziona, attraverso un intervento di corporate sensemaking, la grande difficoltà è superare la cortina fumogena di coperture costruite per assicurarsi e coprirsi le spalle. Non parlo solo di prefigurarsi alibi inattaccabili, attività nella quale i nostri manager (soprattutto nel pubblico) sono maestri, ma di un livello più profondo che ha radici nella scarsa attitudine a mettere in discussione le proprie certezze, spesso tramutate in credo e ideologie. Mi sorprendo sempre quando scopro manager, magari idolatrati, che prendono decisioni sulla base della tradizione e della routine, senza la curiosità di andare a cercare lontano e dare un fondamento più rigoroso alle loro credenze. Eppure sono consapevole che sono passati attraverso innumerevoli review dei loro capi e delle Direzioni Risorse Umane, ma mi sorprendo a chiedermi come mai nessuno si sia accorto della sostanziale irrilevanza del loro contributo. Come i tanti potenti del tempo che fu delle nostre chiese, non lasceranno nessuna traccia nelle organizzazioni che oggi abitano. La stessa desolante sensazione si ha scorrendo i nomi di molti dei cosiddetti tecnici dei recenti Governi o i saggi delle Commissioni. Nessuno di loro troverebbe posto a Westminster…

Allo stesso modo, purtroppo, le grandi competenze tecniche o realizzative, contraddistinte da innovazione e creatività, ma anche da semplice bravura esecutiva o artigianale non trovano un luogo di celebrazione, non sono ricompensate, non creano status e riconoscimento e sono di fatto subordinate a generiche competenze manageriali, benché da un punto di vista logico siano molto meno sostituibili e molto più critiche.

Sembrano spirare i venti della ripresa, ma proprio per questo è bene che chi dirige le imprese e ancor più chi le ha create e le possiede faccia pulizia in casa, abbandonando modelli di gestione e di ricompensa che pagano troppo l’immagine e la supponenza e trascurano la qualità inimitabile del contributo e del lavoro. E chissà che la prossima edizione di the Big Bang Theory non possa essere girata in Italia…

(Questo Post fa parte della serie Management Pit Stop, pubblicata su L’Impresa)

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